Diritto di Coscienza

30-11-2005 @ 18:00

Come si vota in USA

Categoria: Informazione, Esteri

Questa lista è stata presa da Disinformazione.it con il loro permesso, ed è riguardo il sistema di votazione negli Stati Uniti. Si consiglia un’attenta lettura perché ciò confermerebbe la mia accusa nei confronti degli USA di non essere un Paese democratico (cioé, in cui il potere viene dal popolo). Buona Lettura.

Forse non tutti sanno che….

1. L’80% di tutti i voti americani sono stati elaborati solo da due aziende: Diebold e ES&S.
http://www.onlinejournal.com/evoting/042804Landes/042804landes.html
http://en.wikipedia.org/wiki/Diebold

2. Non esiste un’agenzia federale che abbia autorità di supervisione o vigilanza sull’industria dei sistemi di votazione.
http://www.commondreams.org/views02/0916-04.htm
http://www.onlinejournal.com/evoting/042804Landes/042804landes.html

3. Il vice presidente della Diebold e il presidente della ES&S sono fratelli
http://www.americanfreepress.net/html/private_company.html
http://www.onlinejournal.com/evoting/042804Landes/042804landes.html

4. Il chairman e CEO della Diebold è uno dei maggiori sponsor e organizzatori della campagna a favore di Bush e nel 2003 ha scritto che si era “impegnato ad aiutare l’Ohio a portare i suoi voti elettorali al presidente per il prossimo anno.”
http://www.cbsnews.com/stories/2004/07/28/sunday/main632436.shtml
http://www.wishtv.com/Global/story.asp?S=1647886

5. Il Senatore Repubblicano Chuck Hagel è stato chairman della ES&S. I voti con cui è divenuto Senatore sono stati contati da macchine della ES&S.
http://www.motherjones.com/commentary/columns/2004/03/03_200.html
http://www.onlinejournal.com/evoting/031004Fitrakis/031004fitrakis.html

6. Il Senatore Repubblicano Chuck Hagel, il cui collegamento con la famiglia Bush è di lunga data, è stato recentemente ripreso dal Comitato Etico del Senato per avere mentito a riguardo dei suoi trascorsi nella ES&S.
http://www.blackboxvoting.com/modules.php?name=News&file=article&sid=26
http://www.hillnews.com/news/012903/hagel.aspx
http://www.onlisareinsradar.com/archives/000896.php

7. Il Senatore Chuck Hagel figurava in una lista ristretta di candidati alla vicepresidenza di George W. Bush.
http://www.businessweek.com/2000/00_28/b3689130.htm
http://theindependent.com/stories/052700/new_hagel27.html

8. La ES &S è la maggiore azienda americana di macchinette per votare e le sue macchinette scrutinano quasi il 60% di tutti i voti.
http://www.essvote.com/HTML/about/about.html
http://www.onlinejournal.com/evoting/042804Landes/042804landes.html

9. Le nuove macchientte con touch screen della Diebold non creano documentazione cartacea di nessun voto. Detto altrimenti, non c’è maniera di controllare se le scelte registrate dalla macchina siano le stesse che sono state espresse dai votanti.
http://www.commondreams.org/views04/0225-05.htm
http://www.itworld.com/Tech/2987/041020evotestates/pfindex.html

10. La Diebold costruisce anche le ATM, lettori ottici e biglietterie automatiche, ognuna delle quali registrano ogni transazione e possono generare un registro cartaceo.
http://www.commondreams.org/views04/0225-05.htm
http://www.diebold.com/solutions/default.htm

11. La Diebold ha sede in Ohio.
http://www.diebold.com/aboutus/ataglance/default.htm

12. La Diebold ha impiegato 5 pregiudicati condannati quali consulenti e sviluppatori come aiuto per scrivere il codice del programma che conteggia il 50% dei voti in 30 stati.
http://www.wired.com/news/evote/0,2645,61640,00.html
http://portland.indymedia.org/en/2004/10/301469.shtml

13. Jeff Dean era Senior Vice-President della Global Election Systems quando si trasferì alla Diebold. Sebbene fosse stato condannato per 23 capi d’imputazione connessi a furto in primo grado, Jeff Dean fu utilizzato come consulente alla Diebold ed è stato il principale responsabile della programmazione del software di ricognizione ottica ora in uso in quasi tutti gli Stati Uniti.
http://www.scoop.co.nz/mason/stories/HL0312/S00191.htm
http://www.chuckherrin.com/HackthevoteFAQ.htm#how
http://www.blackboxvoting.org/bbv_chapter-8.pdf

14. Il consulente della Diebold, Jeff Dean, è stato condannato per l’uso di back doors nei suoi programmi e per l’uso di “alto livello di sofisticazione” per sviare le ricerche, durante un periodo di due anni.
http://www.chuckherrin.com/HackthevoteFAQ.htm#how
http://www.blackboxvoting.org/bbv_chapter-8.pdf

15. Nessun osservatore internazionale è stato ammesso ai seggi elettorali dell’Ohio.
http://www.globalexchange.org/update/press/2638.html
http://www.enquirer.com/editions/2004/10/26/loc_elexoh.html

16. La California ha bandito l’uso delle macchinette Diebold per questioni di sicurezza. Di fronte alle affermazioni della Diebold che i log di controllo non potevano essere violati, è riuscito a farlo uno scimpanzè! (Per vederne il film fare click qui http://blackboxvoting.org/baxter/baxterVPR.mov.)
http://wired.com/news/evote/0,2645,63298,00.html
http://www.msnbc.msn.com/id/4874190

17. Il 30% di tutti i voti degli Stati Uniti vengono espressi tramite touch screen non controllabili e senza registro cartaceo.
http://www.cbsnews.com/stories/2004/07/28/sunday/main632436.shtml

18. Tutti – non alcuni — ma tutti gli errori dei sistemi di votazione scoperti e denunciati in Florida erano a favore di Bush o dei candidati Repubblicani…
http://www.wired.com/news/evote/0,2645,65757,00.html
http://www.yuricareport.com/ElectionAftermath04/ThreeResearchStudiesBushIsOut.htm
http://www.rise4news.net/extravotes.html
http://www.ilcaonline.org/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=950
http://www.scoop.co.nz/mason/stories/HL0411/S00227.htm

19. Il governatore dello stato della Florida, Jeb Bush, è il fratello del Presidente.
http://www.tallahassee.com/mld/tallahassee/news/local/7628725.htm
http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/articles/A10544-2004Oct29.html

20. Seri brogli elettorali in Florida – ancora sempre a favore di Bush – sono stati matematicamente dimostrati ed esperti hanno raccomandato ulteriori investigazioni.
http://www.yuricareport.com/ElectionAftermath04/ThreeResearchStudiesBushIsOut.htm
http://www.computerworld.com/governmenttopics/government/policy/story/0,10801,97614,00.html
http://www.americanfreepress.net/html/tens_of_thousands.html
http://www.commondreams.org/headlines04/1106-30.htm
http://www.consortiumnews.com/2004/110904.html
http://uscountvotes.org/

NOTA: Copiate questa lista e distribuitela liberamente!
CHE I FATTI SIANO CONOSCIUTI! Grazie!

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28-11-2005 @ 14:43

Vivere per lavorare

Vivere per lavorare: gestire il proprio stile di vita in funzione del lavoro svolto: il lavoro condiziona pesantemente la vita delle persone.
La società moderna è fortemente consumistica: il capitalismo è la religione economica più in voga, il cui verbo è “consuma più che puoi”. Il concetto di consumare senza limiti è ampiamente avallato dai ritmi produttivi delle nostre economie. È un concetto veramente stupido. Le uniche persone che possono beneficiare di un atteggiamento così dissolutorio sono coloro che si arricchiscono con i prodotti venduti e ai quali non importa nulla di lasciare eredi oppure non importa nulla se i posteri avranno gravi difficoltà a causa loro. Tutti gli altri non hanno alcun beneficio, perché le risorse sono limitate e bisogna aspettare che parte di esse si rinnovino affinché non si esauriscano completamente.

Il capitalismo in sé non è un male però può funzionare bene, può essere la base della democrazia, solo se effettivamente moderato e regolato - non dico regolamentato perché le leggi ci sono ma sono sempre aggirate in quanto i controllori non agiscono come si deve.
Tuttavia, mi pare di osservare oggi che la società consumistica sia molto in crisi: in Italia la religione è sempre il capitalismo però i praticanti consumatori non sono così tanti. Nonostante quello che afferma il governo, l’impoverimento c’è e si vede. Basti pensare che gli stipendi sono aumentati di qualche punto percentuale rispetto a 5 anni fa mentre i prezzi sono aumentati in media del 100%- in certi casi anche di più. Qualcuno obietterebbe che l’ho sparata grossa, dato che l’inflazione, cioé l’indice di aumento dei prezzi, è aumentato solo di qualche punto percentuale e comunque meno degli aumenti degli stipendi. Io ribatterei che l’inflazione è una pubblicità ingannevole: nel paniere sono inseriti alcuni beni, gli aumenti di prezzo dei quali dovrebbero indicare l’aumento generale (inflazione) dei prezzi. Peccato che in questo paniere vi siano beni quali dvd e canottiere e altri prodotti per i quali i prezzi sono sempre più o meno costanti; mentre non compaiono le case e le assicurazioni, le quali da sole incidono su metà stipendio - in certi casi anche di più. Tutti noi lo sappiamo: lo vediamo quando siamo costretti a far tornare i conti mensili.

Come mai quest’impoverimento? Siamo una società capitalistica, fondata sul consumo, dunque bisogna produrre e consumare, in un circolo compensativo di beni prodotti e consumati. Dunque, perché questa situazione?
Ci vorrebbe un dossier per spiegarlo, e molta competenza. Dunque risponderò secondo quanto ho potuto osservare.
Il 37% delle attività produttive italiane è costituito dall’industria metalmeccanica. Questo settore ha la produzione quasi ferma. Infatti i metalmeccanici hanno i contratti scaduti da un anno ma non ancora rinnovati; molti sono stati licenziati in tronco o messi in mobilità oppure in cassa integrazione; la maggior parte ha uno stipendio lordo che va da 1000 a 1300 euro circa mensili; Parma è una delle città in una situazione più favorevole, tuttavia sono previsti per fine anni numerosi licenziamenti nel settore metalmeccanico e agro-alimentare. Io stesso, ingegnere in cerca di occupazione come progettista da 7 mesi, sono stato finora snobbato perché le aziende cercano soprattutto tecnici commerciali, ossia esperti tecnici che vendano prodotti alle aziende: serve vendere, non produrre…

Non voglio parlare strettamente di lavoro. La tentazione è molto forte, in quanto è un problema molto presente, in tutta Europa. Non è questo il tema che voglio discutere in questo articolo. Ciò di cui voglio trattare è il lavoro al quale siamo costretti dalla nostra società: un lavoro che costringe a omogenizzare tutte le persone e trasformarle in macchine lavorative.
La crisi del lavoro è diretta conseguenza della crisi della società. E non coinvolge soltanto la quantità di lavoro disponibile ma anche la qualità.
Ognuno di noi deve lavorare per vivere, e non vivere per lavorare. Ma questo sembra un concetto difficile da capire da parte di imprese e governi. Ognuno dovrebbe lavorare per avere a disposizione del denaro per costruire la propria vita arbitrariamente. Soltanto così si può esclamare: “Il lavoro rende liberi”.
Che libertà c’è se il lavoro ci sottrae tempo libero per rilassarci e riflettere e per goderci la pace familiare? Che libertà c’è se i ritmi delle ore lavorative sono stressanti e lo stipendio non permette ai lavoratori di vivere con comodità?
In Italia spesso si deve cercare lavoro fuori dalla città di residenza, il che comporta partire da casa quando i tuoi familiari sono a letto e tornare a casa quando sono pronti per la cena. Per non parlare del fatto che sempre più spesso è necessario che entrambi i coniugi lavorino: chi tiene a bada i figli? Se i nonni o gli zii non ci sono, li affidiamo ai vicini, così un giorno i nostri figli chiameranno loro papà e mamma? La mancanza delle figure familiari - che vuol dire non l’assenza fisica ma anche quella dei genitori come educatori dei figli- è all’origine della delinquenza di moltissimi individui.

Durante i giorni feriali, moltissimi lavoratori possono dedicare soltanto tre o quattro ore alla famiglia, alla sera, dopo una giornata talmente faticosa da voler andare subito a letto; alla sera, quando la famiglia vuole guardare la TV per svagarsi un po’. Rimane solo il week-end, il quale non è abbastanza lungo da eliminare lo stress lavorativo, dannoso per la salute. Esiste una legge che impone ai datori di lavoro di non assegnare compiti che minino la salute fisica dei dipendenti, stress compreso: chi rispetta questa legge se non pochi?
Sembra quasi fatto apposta: ognuno di noi deve soltanto pensare a lavorare, senza avere hobby o aspirazioni, come anche tenere un blog: non si avrebbe abbastanza tempo a disposizione. Così non si pensa ad altro: non si pensa ad informarsi, non si pensa che i telegiornali e la TV forniscono informazioni fantascientifiche, non si pensa che la nostra società è al collasso…

Voglio un lavoro con un moderato livello di stress, adeguatamente retribuito, nella città in cui vivo: voglio un lavoro che mi renda libero.

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27-11-2005 @ 16:54

Open Source, questo sconosciuto

Nonostante il ritardo italiano nell’informazione tecnologica, ormai tutti più o meno abbiamo sentito parlare di Linux e dell’Open Source. Tuttavia, esistono ancora numerose credenze da sfatare, perché i non addetti ai lavori sono tanti e fanno fatica a comprendere concetti poco pubblicizzati. Questo post è dedicato a chi ha soltanto una vaga idea di che cosa sia l’Open Source.

Open Source significa sorgente aperto. In parole meno tecniche, significa che il codice sorgente (cioè scritto in linguaggio di programmazione e non ancora trasformato in applicazioni eseguibili) è aperto a qualunque modifica da parte dell’utente. In sostanza, un’applicazione open source è distribuita in formato eseguibile e con i file da cui essa deriva.
A cosa mi serve?, si chiederà qualcuno. L’utente finale, a seconda del suo grado di competenza e della versatilità richiesta dall’applicazione, può liberamente decidere se tenersi il programma fornito così com’è (gli utenti medi fanno così) oppure se mettere mano al codice di partenza e modificarlo a seconda delle proprie esigenze. Questo è un punto cardine del free software, categoria che racchiude l’open source. Prima di proseguire, sfatiamo la prima erronea credenza. Spesso free software è tradotto con software gratis, fraintendendone il significato, dato che in realtà significa software libero. Chi programma secondo il concetto del software libero può rilasciare il frutto del suo lavoro gratuitamente, è vero; ma non è la regola: dipende da ognuno. Infatti vi sono applicazioni open source che sono però a pagamento. Per esempio, una delle alternative a Microsoft Office è Staroffice della Sun Microsystems, open source a pagamento; alcuni driver per far funzionare delle periferiche sotto linux hanno licenza commerciale, però l’utente può modificarli per sé come più gli aggrada.

In sintesi, il software libero è nato per una crescente insofferenza nei confronti del software proprietario, in quanto i programmatori volevano avere la possibilità di migliorare le proprie applicazioni a seconda delle proprie esigenze.
Il nemico giurato del free software è considerato Microsoft, il più potente e feroce produttore di software proprietario - tuttavia sta cominciando a cambiar politica, ma questo esula dall’argomento del post. La licenza proprietaria, solitamente, non permette alcun tipo di modifica nemmeno nel caso in cui sia soltanto l’utilizzatore a servirsene; se perciò l’applicazione proprietaria presenta degli errori di funzionamento, si deve per forza aspettare che la casa produttrice intervenga per correggerli - e non sempre ciò accade.
Bisogna ammettere che la maggior degli utenti usa il computer per scopi di intrattenimento oppure di mero utilizzo di applicazioni senza preoccuparsi di come esse funzionino. In un’ottica del genere non importa molto se il software abbia licenza libera o proprietaria: il codice sorgente non verrà nemmeno guardato di striscio. Anzi, in certi casi, bisogna per forza utilizzare programmi e sistemi operativi proprietari, in quanto determinati strumenti tecnici sono progettati soltanto per funzionare solo sotto Windows o Mac. Facciamo l’esempio di un grafico per videogiochi: uno dei migliori programmi al mondo per la grafica animata e non, nel settore, è 3D Studio Max; l’equivalente sotto linux (gratuito) è Blender, con il quale si possono realizzare veri capolavori ma che, tuttavia, non è ancora in grado di competere contro il primo. Per non rendere troppo semplicistica tale affermazione, diciamo anche che bisogna farsi i conti in tasca: se per quello che dobbiamo fare basta Blender, sarà molto saggio preferire quest’ultimo - è un risparmio economico non indifferente, dato che è gratuito. Se possiamo agevolmente ammortizzare i costi di 3D Studio Max, allora tanto vale fare la spesa, soprattutto nel caso in cui siano richiesti mezzi tecnici molto complessi.

Sfatiamo, di conseguenza, un altro mito: il software libero è meglio di quello proprietario. Dipende da quello che uno deve fare.
Personalmente, preferisco il software libero. Ho installato linux secondo la distribuzione Suse 9.3 sul mio portatile e mi trovo abbastanza bene. Ho molti problemi con la schede di rete, perché il driver non è compatibile, e la configurazione è ancora da perfezionare; in effetti bisogna un po’ smanettare per far funzionare tutto per benino. Ma per un uso canonico va più che bene la configurazione di base. E poi, a me piace smanettare…
Perché preferisco il software libero? Per vari motivi.
Un po’ per filosofia. Credo sia giusto realizzare programmi economicamente accessibili a tutti, cosa difficilmente ottenibile con le licenze proprietarie: queste, già con il loro prezzo - spesso, a mio parere, spropositato rispetto a quanto offrano le applicazioni- escludono una bella fetta di utenti (badate bene, il discorso è generale ma non riguarda tutte le licenze proprietarie).
Grazie a Internet e al software libero io ho potuto imparare a programmare, per esempio.
Un altro motivo è l’affidabilità. La programmazione open source si avvale della collaborazione pressoché mondiale di programmatori dalle competenze più disparate e degli stessi utenti, in un processo continuo di aggiornamento e miglioramento del software decisamente migliore rispetto al caso in cui siano soltanto i tecnici del produttore a dedicarsi alla progettazione e al mantenimento. Pensate a Windows, che occupa circa 400 MB di spazio, però gli aggiornamenti alle correzioni occupano magari 250 MB!… Un po’ troppo per un software pagato 300 euro!…
Un motivo che ha un po’ del personale è la stragrande quantità di applicazioni diverse a disposizione su sistemi operativi come linux: giochi, pacchetti da ufficio come Openoffice.org (ormai quasi al livello di Office come strumenti ma molto più affidabile come produzione di documenti), applicazioni per il rendering, il disegno artistico, quello tecnico (uno dei tanti è QCad), per la masterizzazione, per la visione di filmati di vari formati, per ascoltare la musica e produrla… Tutto software gratuito. Nulla a che vedere con Windows, per il quale bisognerebbe pagare migliaia di euro per ottenere i prodotti equivalenti.

Ma anche qui, bisogna fare una precisazione. Una volta non c’erano applicazioni gratuite sotto Windows ma da un po’ di anni ormai sono state convertite quelle funzionanti sotto linux in modo da renderle eseguibili anche sotto Windows; in tal modo vi sarà una versione per linux, una per il Mac, una per Windows, e così via. Io stesso impiego diverse applicazioni gratuite:

- Firefox al posto di Internet Explorer
- AVG Free al posto di Norton Antivirus
- Outpost al posto di Windows Firewall o Norton Security
- DeepBurner al posto di Nero (sebbene sia molto più accessoriato quest’ultimo)
- Gimp al posto di Photoshop (ma questo è nettamente migliore)
- Apache Web Server al posto di IIS (avendo XP Home Edition non posso avere IIS sul mio portatile)
- Openoffice.org 2.0 al posto di Office XP
- Thunderbird al posto di Outlook (quest’ultimo non è gratuito, perché bisogna avere un sistema operativo Windows)
….

Qualcuno potrebbe chiedere. Come fanno i programmatori open source a vivere se progettano applicazioni gratuite?
Funziona più o meno così. Le aziende in cui lavorano forniscono loro uno stipendio - nessuno lavora gratis, a meno che non sia costretto- e gli introiti provengono dalle consulenze e dalle installazioni del software presso le aziende che le richiedono, da accordi commerciali con i produttori di computer o con i governi, oppure anche attraverso le donazioni.
Ci sarebbe ancora molto da discutere, al riguardo, soprattutto riguardo i vari tipi di licenze del software libero, le più famose delle quali sono la GPL e la BSD. Tuttavia, per chi volesse approfondire la questione e cominciare a conoscere il mondo libero della programmazione può consultare la sezione link utili.

Link utili:

Informatica libera
Associazione Italiana Supporto e Traduzione Mozilla
Sourceforge.net
Sun Microsystems
Suse linux

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27-11-2005 @ 15:10

Commenti non corretti

Categoria: Editoriali

Cristian PalmasIn alcuni miei articoli ho discusso di armi al fosforo e di MK-77 commettendo però delle imprecisioni, dovute anche a dire il vero a inesattezze recuperate dalle fonti di informazione. A breve scriverò un articolo dal titolo MK-77 e bombe al fosforo per correggere eventuali errori concettuali e informazioni sbagliate; inoltre scriverò un aggiornamento in tutti i post che ho scritto al riguardo.
Mi scuso anticipatamente per aver sbagliato ingenuamente a dare troppo credito a fonti che, solitamente, sono un po’ di parte. La credibilità dell’informazione dev’essere garantita da notizie precise, non raffazzonate; e sebbene io sia solito controllare le fonti, stavolta mi sono sfuggiti particolari importanti che riporterò nel suddetto articolo. A mia parziale discolpa - sottolineo parziale- invoco la mancanza di tempo sufficiente e la scarsa esperienza nelle ricerche, necessaria anche per comprendere quali sono le (poche) informazioni attendibili in mezzo a quelle (tantissime) che non lo sono.

Cristian Palmas


26-11-2005 @ 13:30

Le bombe degli USA in Iraq: la guerra Iraq-Iran

Categoria: Informazione, Esteri

Il 16 luglio 1979 Saddam Hussein salì al potere in Iraq con il favore dell’Occidente. D’altro canto, in una regione così critica dal punto di vista dell’economia mondiale, le potenze mondiali hanno sempre voluto far sentire il loro influsso. Anche l’Italia partecipò e fornì di armi l’Iraq. Ma la potenza che determinò il corso degli eventi furono ovviamente gli Stati Uniti.
Gli USA inizialmente non avevano alcun interesse in Hussein perché avevano già un alleato fedele e preziosissimo, lo scià dell’Iran Reza Palhevi, che poteva essere sfruttato in funzione antisovietica. Tuttavia, a causa della politica repressiva antireligiosa, nel 1978 un’enorme sollevazione popolare depose lo scià e nacque il regime integralista di Khomeini (1 aprile 1979). Fin dall’inizio il nuovo Iran si dimostrò estremamente ostile all’Occidente, soprattutto nei confronti degli USA. Dunque si rese necessario armare il più feroce nemico del regime iraniano.
Notate le date: 1979, il 1 aprile salì al potere Khomeini, uno sciita, e a luglio salì al potere Hussein, un sunnita; sunniti e sciiti sono tradizionalmente in guerra tra loro per motivi religiosi e politici.

Saddam Hussein salì al potere perché accettò di armarsi per rovesciare il governo iraniano? Casualmente, il 22 settembre 1980 cominciò ufficialmente la guerra tra Iran e Iraq. In circa un anno l’Iraq fu armato a dovere dall’Occidente (Unione Sovietica, Francia, USA, Gran Bretagna, Italia ma anche la Cina) per sconfiggere l’Iran - Gianni De Michelis faceva da intermediario per fornire armamenti e le tecnologie atomiche in cambio di petrolio per l’Italia; la Francia contribuì maggiormente allo sviluppo nucleare dell’Iraq, fornendo anche reattori. Per quanto riguarda gli USA - i quali non furono tuttavia i maggiori fornitori di armamenti- vi è una lista dettagliata delle relazioni tra Hussein e l’amministrazione Reagan; un documento sintetico può essere consultato sul sito della Iran Chamber.
Per farla breve, nel 1982 - la guerra con l’Iran era già al secondo anno di scontri- Reagan tolse l’Iraq dalla lista nera dei Paesi terroristi. Il 1983 è un anno da tenere a mente.

Nell’estate dell’83, il governo iraniano denunciò l’impiego “quasi quotidiano”di armi chimiche da parte dell’Iraq; un resoconto del Dipartimento di Stato mostrò come l’amministrazione Reagan avesse volontariamente contribuito allo sviluppo di armi chimiche e di industrie per realizzarle in Iraq; a novembre la CIA confermò la notizia dell’Iran sull’impiego di queste armi anche sui Kurdi.
A dicembre, Donald Rumsfeld andò da Saddam Hussein in veste ufficiale di inviato della Casa Bianca per discutere di rifornimenti di petrolio iraqeno, dato che l’Iran aveva tagliato le vie di accesso al Golfo Persico. Fermiamoci un attimo a riflettere.
Chi era Donald Rumsfeld? Perché dobbiamo ricordarlo? Prima di tutto, giova dire chi è attualmente.
Rumsfeld è segretario alla Difesa USA dal 2001. Grande sostenitore della guerra in Afghanistan e in Iraq, si pose fin da subito come obiettivo il rinnovamento della potenza militare americana, al fine di renderla più flessibile e veloce. Una delle operazioni cardine per conseguire lo scopo era l’Operazione Northwoods, di cui si parla anche su Project Censored. In breve, il progetto consisteva nell’addestrare 100 persone per fomentare atti di terrorismo nei confronti degli Stati Uniti, in modo da giustificare un attacco da parte del governo americano. Sembra fantapolitica, e qualcuno potrebbe anche non crederci perché pare una cosa troppo esagerata; tuttavia, la documentazione al riguardo è piuttosto ampia, e vi si trova anche un articolo del Los Angeles Times del 27 ottobre 2002. Per approfondimenti e riferimenti, consultare il link a Project Censored sopra riportato.

Vediamo ora chi era Rumsfeld. La sua carriera politica ed economica è stata molto intensa. Dal 1969 al 1970 fu direttore dell’Ufficio dell’Opportunità Economica degli Stati Uniti, assistente del Presidente (Nixon) e membro del gabinetto presidenziale. Nel biennio ‘71-’72 fu consigliere presidenziale, direttore del programma di stabilizzazione economica e membro del gabinetto presindenziale.
Dopo una parentesi da ambasciatore NATO a Bruxelles, fu richiamato in Patria dal nuovo presidente Ford, presso il quale servì dal 1974 al 1977 come segretario alla Difesa USA; dal 1977 al 1990 si dedicò soprattutto agli affari ma anche alla politica. Infatti, la sua esperienza nazionale ed internazionale, soprattutto in periodi difficili come quello di Nixon, e le sue conoscenze erano delle ottime referenze per mansioni delicate come la politica estera.
Senza dilungarci troppo, diciamo che venne impiegato anche da Reagan per questioni d’affari dal 1982 in poi. Bisogna dire che gli USA avevano qualche riserva ad appoggiare la politica estera dell’Iraq in quanto quest’ultimo era un cliente affezionato dell’Unione sovietica - il 57% di tutte le armi comprate negli anni ‘80 era di provenienza sovietica, mentre gli USA vendettero armamenti soltanto per un 1% del totale.
Comunque, nel 1983 Rumsfeld venne mandato come inviato di Reagan da Saddam Hussein. Non solo per parlare di petrolio.

In quell’incontro si parlò di incrementare la produzione di petrolio attraverso un oleodotto che passasse dalla Giordania, di bloccare la vendita di armi all’Iran, di impedire l’occupazione del Libano da parte della Siria e dello sviluppo di armi chimiche in loco - fino ad allora non vi erano fabbriche in Iraq predisposte alla produzione di tali ordigni- ma nella documentazione ufficiale non vi è traccia di discussioni riguardo a quest’ultimo punto. Di fatto è strano che quasi subito dopo siano spuntate tali fabbriche e numerosi rifornimenti biologici e chimici.
Nel 1984, nonostante le prove dell’impiego di bombe chimiche e l’iniziale condanna degli USA al riguardo, per evitare problemi alla costruzione dell’oleodotto di Aqaba, l’amministrazione Reagan fece finta di nulla; perfino quando il 3 marzo il Dipartimento di Stato impedì la vendita di circa 13 tonnellate di bombe al fosforo. Detto in questo modo risulta però troppo semplicistico: in realtà, l’amministrazione fu molto scaltra. Istruì la sezione degli interessi USA affinché protestasse contro il governo iraqeno - non era ancora definito un regime- e informò il Ministro degli Esteri che avrebbe presto pubblicamente condannato l’impiego delle armi chimiche da parte di Hussein. Infatti il 5 marzo la condanna venne pronunciata… in questo modo: “Mentre condanniamo l’impiego di armi chimiche da parte dell’Iraq [. . .], gli Stati Uniti trovano l’intransigente rifiuto del presente regime iraniano di deviare dal suo obiettivo dichiarato di eliminare il governo legittimo del vicino Iraq, essere in contrasto con le norme accettate di comportamento tra nazioni e con la motivazione religiosa e morale che esso dichiara”.
In sostanza: l’Iraq è condannabile per l’uso di armi chimiche ma l’Iran, un regime, si comporta in modo immorale, nonostante quanto dichiari, e irregolare rispetto alle norme internazionali. Quando si parla il politichese si cerca sempre di non affermare apertamente le cose a meno che non si abbia uno scopo. Apertamente, l’Iran è defnito un regime - verità sacrosanta, però lo è anche quello iraqeno e ciò viene glissato…- contro la morale internazionale - velata accusa di tentare di compiere crimini di guerra. Perciò l’Iraq è condannabile però deve difendersi…

Il 16 marzo del 1984, Giulio Orlando, responsabile delle questioni internazionali per la Dc, accusa apertamente gli USA di vendere armi chimiche all’Iraq. Dal febbraio 1985 fino al 1989 l’American Type Colture Colletion Company effettuò 61 consegne di colture batteriologiche all’Iraq. Il 23 aprile 1987 La Repubblica riportò le accuse dell’ambasciatore iraniano nei confronti della Montedison quale fornitrice di sostanze chimiche all’Iraq. L’8 agosto 1988 l’Iran accetta l’accordo di pace. Un milione di morti, il costo di otto anni di affari.

Quest’introduzione storica sui rapporti USA-Iraq serve a capire l’ipocrisia della guerra di oggi. Un’ipocrisia che, in realtà, esiste in tutte le guerre. Dove c’è morte e distruzione, vi sono immani affari da compiere: questa cinica verità è il fondamento degli affari internazionali; più c’è possibilità di remunerazione più il cinismo si eleva a valore. Per gli USA Saddam Hussein era un dittatore buono. Perché i dittatori possono essere buoni o cattivi a seconda che siano a favore o meno dell’Occidente. Almeno, questo è quello che pensano i governanti: Hussein fu dapprima un loro alleato, una brava persona con la quale fare anche (soprattutto) affari; poi, dato che non volle più fare affari con loro, diventò un cattivo, per usare la terminologia qualunquistica e populistica della propaganda guerrafondaia. La stessa cosa è accaduta a Gheddafi: sotto Reagan era un criminale di guerra, sotto Bush è un dittatore buono. Anche per noi Italiani è buono: ci aiuta a rimpatriare i clandestini - in che modo, non si sa…
Come mai Hussein da bravo ragazzo diventò un criminale, un dittatore sanguinario da processare per il milione di morti provocati combattendo contro l’Iran? Con quale faccia di bronzo gli USA ora processano l’ex dittatore iraqeno per i crimini commessi quando loro sono rei di favoreggiamento e collusione? Come se un boss mafioso fosse processato da un politico colluso, il quale cercasse di eliminare il boss affinché non si faccia il suo nome.
Nel prossimo articolo sulle bombe americane in Iraq si tratteranno i rapporti USA-Iraq dalla fine della guerra contro l’Iran fino alla fine della guerra del Golfo (Desert Storm).

Aggiornamento 4-12-2005
Un particolare molto importante è stato omesso per sbaglio: gli USA hanno armato anche l’Iran. L’obiettivo era prolungare quanto più possibile la guerra per indebolire la regione della Mesopotamia. Su Iran Chamber si spiega come ciò avrebbe prodotto un indebolimento della Mesopotamia a favore del controllo occidentale del petrolio e un lauto profitto per gli USA attraverso dollari liquidi da impiegare per il finanziamento dei Contras in Nicaragua. Si parlò di Irangate.

Link utili:
Fondazione Cipriani
National Security Archive
Iran Chamber
Wikipedia

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24-11-2005 @ 08:37

Napalm sull’Iraq dal 1991

Categoria: Informazione, Esteri

Il napalm è usato in Iraq almeno dal 1991. A confermarlo è l’Iraq Analysis Group in un articolo rilasciato il 15 aprile 2005, dunque ben prima dell’inchiesta di Ranucci per Rainews24.
Nell’articolo si spiega dettagliatamente come le cosiddette bombe MK-77 non siano altro che napalm con un agente fortemente ossidante (non viene palesemente indicato il fosforo) non intelligente; ossia, la peculiarità della bomba non permette la selezione di bersagli specifici e colpisce indiscriminatamente tutto ciò che si trova nel raggio di 150 metri.
Secondo l’Iraq Analysis Group il napalm, nonostante la risoluzione ONU del 1980, è stato continuamente sviluppato fino ad arrivare all’attuale evoluzione, MK-77 mod 5, costituito da combustibile per jet a base di cherosene e polistirene.

Contrariamente a quanto affermano i difensori dell’operato USA, l’articolo mette in luce alcuni aspetti interessanti che dimostrano come il Pentagono si sia comportato criminosamente in modo consapevole.
Un comunicato USA aveva smentito l’impiego sia di napalm che di fosforo bianco, se non come illuminante, dopo l’inchiesta italiana venuta alla ribalta il 7 novembre; però su Field Artillery del marzo 2005 compariva un pezzo che parlava del bombardamento di Fallujah, poi documentato da Rainews24 indipendentemente, in cui si parlava dell’utilizzo contemporaneo dei due tipi di ordigni.
Il napalm impiegato in Vietnam e in Corea aveva la sigla M-47 e M-74; quello in Iraq MK-77 mod 5: il mod significa modification (modifica), cioè fase di sviluppo dell’arma, come a dimostrare che vi sono state anche un “mod 1″, un “mod 2″, e così via.
I combustibili e gli acidi aggiunti sono cambiati negli anni, rispetto alle antiche bombe della Seconda Guerra mondiale; tuttavia, l’effetto è sempre lo stesso, anzi, è peggiore, perché con l’aggiunta di un agente ossidante (non meglio identificato) è assolutamente impossibile salvarsi a meno che non si riesca a stare al di fuori del raggio di azione. Il fatto che questi ordigni siano a tutti gli effetti napalm è ampiamente assodato dagli stessi militari americani e dalle documentazioni ufficiali della Difesa americana, i quali si riferiscono sempre all’MK-77 come napalm.
Lo stesso tipo di bomba era stata impiegata da Hussein contro i Curdi nel 1991, come afferma lo Human Rights Watch nel giugno del 1992. Tuttavia, la stessa associazione chiedeva il controllo del rispetto dei diritti umani in Iraq con la supervisione degli Stati Uniti, i quali avevano dotato di napalm Saddam per la guerra Iran-Iraq (1980-1988).

Una cosa che non era ancora emersa, sebbene il sospetto fosse molto forte, è che la Gran Bretagna sapeva tutto e ha coperto la notizia, negando spudoratamente quanto denunciava un suo parlamentare, Alice Mahon.
Nonostante il divieto dell’ONU, è stata bombardata, secondo quanto hanno testimoniato dei giornalisti al seguito (embedded) della CNN e del Sydney Morning Herald, anche Safwan Hill (21 marzo 2003), con 40000 libbre (circa 20 tonnellate) di esplosivi e napalm - parte dei quali prodotti in Kuwait.

Man mano che le ricerche sulle notizie dall’Iraq proseguono, continuano a spuntare episodi, testimonianze, foto e video di disastri umani perpretati con armi di distruzione di massa. Non ci si può ritenere migliori dei terroristi se si impiegano mezzi simili; semmai si è addirittura inferiori come umanità. E noi Italiani siamo alleati di chi ha compiuto atti simili, senza mostrare la minima obiezione. Forse perché sapevamo già tutto? Perché il governo lascia scivolare la faccenda nel vuoto senza affrontarla, nonostante si siano chiesti chiarimenti su un nostro presunto favoreggiamento? Nonostante il governo abbia negato qualunque coinvolgimento, possibile che in tutti questi anni, o almeno dal 2003, i nostri soldati non siano venuti a conoscenza di nulla, essendo di stanza proprio a Nassiriya, dove c’è stato un bombardamento al fosforo nel 2003?
Sono tutte domande da porre al governo e che necessitano una risposta più seria di quella finora data.

Link utili:
electronicIraq.net
Iraq Analysis Group

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22-11-2005 @ 12:38

Fosforo bianco su Nassiriya

Categoria: Informazione, Esteri

Nel 2003 il fosforo bianco è stato usato anche a Nassiriya sui civili, durante l’avanzata verso Baghdad. A confermarlo è un inviato della BBC britannica, Adam Mynott, testimone oculare del bombardamento. Altre conferme sono arrivate dall’inviato spagnolo di Tele5, Javier Couso. La notizia è apparsa questa notte sul sito di Rainews24 e i filmati saranno trasmessi durante la trasmissione Ballarò, su RaiTre alle 21 di stasera.

La strategia delle truppe americane, da quanto si può dedurre dalle testimonianze dei civili e dei sopra citati giornalisti, consisteva nell’arrecare più danni possibile per stanare gli insorti, sebbene non vi fossero operazioni militari evidenti da parte della resistenza. Da notare che, quando Adam Mynott chiese a un soldato cosa avessero sparato, questi gli rispose che era fosforo bianco. Il soldato sapeva cos’era. È un’ulteriore conferma che i soldati americani erano consapevoli dell’arma da loro utilizzata; non avevano mai fatto obiezioni perché il Pentagono aveva sempre assicurato che erano legali.
Rainews24 ha scoperto, tuttavia, che gli USA avevano bandito già nel 1901 l’impiego del fosforo bianco per la produzione di fiammiferi in quanto altamente tossico. Una risoluzione dell’ONU del 1980 vieta l’uso di armi incendiarie contro i civili: se anche le bombe al fosforo fossero solo incendiarie, gli USA si sarebbero macchiati di un crimine contro l’umanità. Ma un’altra risoluzione dell’ONU del 1997, firmata anche dagli Stati Uniti vieta l’impiego di armi chimiche in guerra, cioè quelle armi che, attraverso una reazione chimica, provocano la morte o inabilità nell’uomo e negli animali: la bomba al fosforo è un’arma chimica.

In realtà, poiché l’opinione pubblica ha scoperto il crimine, il governo americano, non potendo più negare, cerca di minimizzare gli eventi attraverso l’occultamento di piccoli particolari. Per esempio, la gente crede che le bombe al fosforo siano essenzialmente impiegate come illuminanti o oscuranti, però, secondo quanto conferma ulteriormente l’indagine di Couso di Tele5, la bomba al fosforo è anche usata come incendiaria. Non è un dettaglio da poco, dato che l’utilizzo contro i civili è vietato dall’ONU. Inoltre, spesso sono impiegate congiuntamente quelle al fosforo che le MK-77: le prime come oscuranti (che però possono causare disidratazioni mortali) e le seconde come incendiarie. Per giustificare l’impiego di queste bombe che a tutti gli effetti sono napalm (vietate dall’ONU), hanno loro cambiato nome, MK-77 e costituenti (gel di kerosene per aerei e polistirolo). Infine, i comunicati stampa cercano sempre di sottolineare che le bombe al fosforo sono, al massimo, incendiarie, non chimiche. Di conseguenza non potrebbero essere soggetti ad accuse. Secondo loro, forse.

Quante altre città iraqene hanno subito la sorte di Fallujah e Nassiriya? È plausibile sospettare che tutte le città bombardate abbiano subito la stessa sorte. Per questo motivo è assolutamente necessaria un’ispezione dell’ONU che faccia luce sulle inosservanze della prima potenza mondiale. E bisogna farlo prima che gli USA trovino ulteriori pretesti per conquistare l’Iran. Abbiamo ancora qualche anno di tempo ma i tempi burocratici sono sempre molto lunghi.
Spero soltanto - vana speranza- che l’Italia non segua nuovamente gli USA in una guerra pretestuosa.

Aggiornamento 1-12-2005
L’affermazione secondo la quale il napalm sia vietato dalla convenzione del 10 ottobre 1980 è sbagliata. Ogni arma incendiaria è vietata solo ed esclusivamente se sono presenti dei civili oppure oggetti di uso civile come palazzi, automobili, e così via. Per uso militare non sono vietate.
A livello di leggi internazionali, né il napalm né la bomba al fosforo sono considerate armi chimiche fintantoché lo scopo di infliggere danni al nemico sia ottenuto per mezzo della combustione con fiamma; anche se vi fossero morti causati da intossicazione da fosforo, cioé per effetto chimico, non si potrebbero comunque ritenere armi chimiche, in quanto l’effetto è secondario rispetto a quello incendiario. Dal punto di vista pratico, invece, a molti - me compreso, ma non conto molto- mi pare che quest’effetto chimico sia tuttaltro che secondario…
Mi scuso per l’imprecisione.

TAG: Informazione Esteri


21-11-2005 @ 14:33

Il diritto di coscienza

Categoria: Cultura, Informazione

Il diritto di coscienza è sancito dalla Costituzione, sebbene non esplicitamente; però è in continuazione negato come tanti altri diritti costituzionali. È un diritto legato alle idee e opinioni personali, alle credenze che ognuno ha. Anche se non negato direttamente, vietando la libertà di agire e pensare secondo coscienza, questo diritto può essere limitato dalla disinformazione, la quale fa leva sul concetto di bene e male per manipolare appunto la coscienza di ognuno.
Leggendo la Costituzione, si trova l’articolo 21 che recita:

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili.

In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell’autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all’autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s’intende revocato e privo di ogni effetto.

La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica.

Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.

Il punto fondamentale di quest’articolo costituzionale è la libertà di espressione delle persone e della stampa. Un diritto sempre limitato e spesso addirittura negato. Basti pensare ai giornalisti e ai comici banditi dalla televisione perché hanno rivelato cose scomode, verità che pochi conoscono. Basti pensare ai giornalisti dei tg della RAI i quali, nel periodo delle proteste dei pacifisti contro la guerra in Iraq, non potevano dire “pacifisti” ma solo “contestatori“. Un lieve gioco di parole?

Ma che cosa significa coscienza? Ha diverse sfumature di significato.
Un primo significato è consapevolezza che l’uomo ha di sé e del mondo esterno. È la definizione alla quale questo blog si ispira principalmente.
Ma coscienza ha anche altri significati, di cui bisogna sempre tener conto.
Consapevolezza del valore morale delle proprie azioni, di ciò che è bene e di ciò che è male: per saper distinguere tra bene e male bisogna avere una certa educazione morale e culturale. Molta gente, come negli Stati Uniti, crede fermamente che la guerra sia un bene, anche se sa che muoiono persone. Perché? Perché hanno fatto sempre credere a quelle persone che loro sono i Buoni, che si fa la guerra per il bene di qualcuno, di qualche ideale o per proteggere la propria nazione. Il concetto di buoni e cattivi è infantile e banale, tuttavia fa molta presa su persone di scarso livello culturale; i politici sanno perfettamente come confezionare i discorsi per far presa su di loro: “Questa missione ci è stata affidata da Dio” (George W. Bush); “Noi siamo i difensori del mondo” (Bill Clinton)… Potrei scrivere un’enciclopedia intera con affermazioni del genere, non solo americane ma di tutti i Paesi del mondo.

La coscienza riguarda anche la religione. Non si può chiedere a qualcuno di non credere o credere per forza a un culto. Anche questo è presente nella Costituzione. Ma questo principio non è applicato. Per esempio, qualche tempo fa sono state chiuse delle moschee con il pretesto che ospitavano dei kamikaze. Non potevano semplicemente arrestare i colpevoli e lasciare stare la maggior parte dei musulmani in pace? Io sono ateo ma dovrò comunque pagare con le mie tasse la Chiesa cattolica. Perché? I medici che non vogliono praticare l’aborto per motivi religiosi - ne hanno tutto il diritto- sono considerate delle persone di alta levatura morale dalla Chiesa; chi pratica l’aborto, perché forse non crede in Dio o vuole comunque aiutare le donne in difficoltà, è un assassino. La discriminazione in base al culto è una forma di razzismo, perciò chi predica dall’alto della sua fede cattolica, additando come assassini le persone che agiscono secondo coscienza, commette un atto immorale e non etico.

Avere il diritto di coscienza significa aver diritto a conoscere la società e il mondo in cui si vive, poter esercitare la propria libertà di pensiero e di parola, in modo tale da modellare una propria capacità morale di distinguere tra bene e male.
Chi vuole detenere il potere con meno problemi possibile, deve far in modo di mantenere nell’ignoranza il popolo: un diritto di coscienza veramente esercitabile dagli individui sarebbe un pericolo per un governo. Forse non esiste un articolo di legge che parli apertamente di un diritto di coscienza per la pericolosità che questo comporterebbe.
Una limitazione di questo diritto è facilmente attuabile anche attraverso un mezzo molto semplice, il televisore. “Il calcio è l’oppio dei popoli”, dovrebbero dire agli Italiani. Siamo così dipendenti dal calcio che non ci importano le frodi sportive che ci sono state e che si verificheranno anche in futuro in uno sport malato di avidità.
Non è questa la sede appropriata per parlare del potere della televisione. Basti soltanto pensare a come sono confezionate le trasmissioni di informazione. Delle bombe di Fallujah non se ne parla più: è più importante sapere che Berlusconi è andato dal papa, che all’Isola dei famosi ha vinto Lory del Santo, che la Juventus è inarrestabile. Per non parlare della domenica, giorno in cui la famiglia è di solito tutta riunita in casa. Secondo i telegiornali, di domenica non succede mai niente di importante. O forse non vogliono urtare la sensibilità di chi vuole stare a casa a rilassarsi guardandosi il calcio su Sky - quando invece potrebbe guardarselo gratuitamente su Internet; però non lo sa dato che in TV gli dicono in continuazione che serve il digitale terrestre o la parabola.

Io ho deciso che voglio esercitare il mio diritto di coscienza; e ho deciso di fornire qualche informazione a coloro che hanno preso quest’impegno come me, per aiutarli ad esercitare questo diritto non riconosciuto, come afferma nel suo Rights From Wrongs il professor Dershowitz:

«Lo spazio e il tempo mostrano che certi diritti meritano di essere resi permanenti. Per esempio, la libertà di coscienza dovrebbe essere un diritto universalmente riconosciuto. Ma ogni paese al mondo ha imprigionato e ucciso per reprimere le idee, e ciò ha prodotto sottosviluppo, abusi, sofferenze. È la lezione della storia a fondare quindi la necessaria universalità del diritto di coscienza ed espressione».


20-11-2005 @ 18:20

Devolution: delega-involuzione di uno Stato

Categoria: Informazione, Italia

Devolution in inglese significa “delega di autorità, soprattutto di uno Stato centrale a favore di un governo regionale”. Il vocabolo è stato forzatamente introdotto in italiano perché devoluzione ha un altro significato. Inoltre i termini inglesi sono molto più accattivanti e oscuri per il popolo italiano, che deve essere meno consapevole possibile di quello che accade nel nostro Paese.
Sempre in inglese, devolution significa anche involuzione. Sul De Mauro-Paravia troviamo la definizione di involuzione: tendenza a regredire, a tornare a forme meno evolute; declino, decadenza, disfacimento: l’i. di un pensiero politico, di un popolo, subire un’i. Insomma, l’esatto opposto di evoluzione.
Il governo che il 17 novembre ha approvato la legge afferma che è un grande passo per il nostro Paese, perché la delega alle regioni dell’autorità statale permetterà un migliore controllo delle spese, della sicurezza e della sanità; in sintesi, renderà l’Italia più governabile. L’opposizione si affida invece al significato negativo di devolution, sottolineando come sia stata nuovamente sfregiata la Costituzione (cambieranno 50 articoli) e come l’Italia pagherà a caro prezzo la moltiplicazione di organi di controllo e di amministrazione per le regioni. Forse gli esponenti del Centro-Sinistra avrebbero dovuto citare l’esempio della devolution del Belgio, dai costi così spropositati da risentirne ancora oggi: avrebbero avuto maggior peso le loro opinioni.
La devolution è quindi un delega-involuzione dello Stato? Ma soprattutto, qual è il motivo per cui si è sempre sentito parlare di devolution per tutti questi anni senza mai affrontare apertamente la questione spiegando che cos’è? O, meglio, perché sono pochissimi gli esponenti, soprattutto nella maggioranza che avrebbe dovuto chiarire i punti della legge, i quali hanno illustrato il cuore della riforma costituzionale? Vediamo di capire obiettivamente cosa comporti questa legge.

Sul sito del governo sono riportati sinteticamente i punti essenziali della riforma, tuttavia non si scende molto nel dettaglio; su Ansa.it invece si trova un testo molto interessante, nel quale sono spiegati in breve i cambiamenti della Costituzione.

Il Parlamento sarà composto da 518 deputati alla Camera e 252 al Senato federale della Repubblica; l’età minima per essere eletti passa da 25 a 21 per la Camera e da 40 a 25 anni per il Senato. Solo la Camera potrà sfiduciare il premier (perché adesso si chiamerà veramente così e avrà nuovi poteri…) e saranno nominati dei deputati a vita, che sono gli ex senatori a vita - erano 5 ma diverranno 3. Anche per diventare Presidente della Repubblica l’età minima si è abbassata, da 50 a 40 anni.
Per quanto riguarda i poteri, la Camera si occuperà di materie statali - immigrazione, difesa, esteri, per esempio- e, sebbene il testo debba essere sottoposto al Senato, l’approvazione definitiva spetta a essa; al contrario, spetta al Senato l’ultima parola sulla legislazione delle regioni, anche se la Camera valuterà comunque i testi legislativi del primo. Se l’accordo non è raggiunto, si crea una commissione di 30 deputati e 30 senatori per modificare il testo e riproporlo alle camere.

Il premier avrà maggiori poteri e per essere sfiduciato ci vorrà l’aiuto dell’opposizione, però si andrà subito alle elezioni. Potrà insediarsi con un solo voto sul programma e avrà potere di sciogliere la Camera e licenziare ministri. Infatti il Presidente della Repubblica sarà garante della Costituzione e dell’unità federale ma potrà sciogliere le camere solo dietro richiesta del premier, a meno che questo non sia deceduto o sfiduciato.

Sarà sempre possibile il referendum costituzionale, a differenza di quanto avveniva prima. Il governo e il Parlamento potranno bloccare le leggi che pregiudichino gli interessi nazionali. Non è ancora prevista la riforma fiscale.
Giova sottolineare che l’applicazione della riforma sarà “a pezzi”: entreranno subito in vigore a livello costituzionale l’immunità e l’eleggibilità dei parlamentari, l’età per il Quirinale, l’authority (cioé gli articoli sui poteri del Presidente della Repubblica), il federalismo e l’interesse nazionale. Dal 2011 saranno applicate anche le disposizioni su premierato, Presidente, iter legislativo e Senato federale. Infine, dal 2016, età e riduzione dei parlamentari, contestualità tra elezioni del Senato e dei consigli regionali.

Qualcuno potrebbe obiettare che ho volutamente tralasciato altri punti in questione. Ma lo spazio è quello che è e comunque penso di aver focalizzato l’attenzione su aspetti che più o meno tutti i principali giornali hanno evidenziato.
Guardiamo attentamente ogni singolo punto, prestando attenzione al significato delle frasi. Proviamo a vedere qualche prospettiva futura che si potrebbe realizzare con questa riforma.
La domanda che nasce spontanea è: cosa c’entra la riforma dei poteri del premier con la devolution? Risposta: nulla. La tecnica impiegata in questo caso per far passare una legge affonda le sue radici nei primi anni della Repubblica. Questa tecnica è il mascheramento di un provvedimento scomodo attraverso un altro che ha maggior risalto. In pratica, la devolution era un provvedimento fortemente voluto dalla Lega, a tal punto da usarla come ricatto al governo, tenuto in scacco da una esigua minoranza del Paese; attraverso la devolution, si è voluto far approvare un provvedimento che non piace per nulla all’opposizione, cioé il cosiddetto premierato forte. Il mascheramento, però, non è nei confronti del Centro-Sinistra, piuttosto nei confronti della popolazione. Infatti, quanti di voi hanno sentito al telegiornale che oltre alla devolution il premier otterrà poteri maggiori?

La parte della legge che riguarda il premier sarà applicata solo fra 5 anni.
Perché non subito? Sarebbe stato molto comodo per Berlusconi, visto che è sicuro di vincere. Inoltre avrebbe avuto il potere di sciogliere le camere se avesse visto un’eccessiva opposizione all’operato del governo: avrebbe potuto impiegare l’arma del ricatto dello scioglimento per forzare l’iter legislativo, e il Presidente non avrebbe potuto opporsi. In sintesi, il Presidente avrebbe avuto soltanto una funzione di mera rappresentanza. Inoltre, se sfiduciato, si sarebbe andati subito alle elezioni ma solo se l’opposizione avesse approvato la sfiducia. Questo è un trucchetto semplice: se l’opposizione, secondo i sondaggi, non ha molto consenso popolare, non avrebbe interesse a indire nuove elezioni, perciò non approverebbe la sfiducia al premier. Insomma, il vantaggio è la stabilità di governo - cosa di cui abbiamo estremo bisogno, effettivamente- ma anche la concentrazione di poteri in mano a una sola persona. In una vera democrazia il potere deve venire dal popolo, che nel nostro caso lo esercita attraverso il Parlamento. Se questo corre il rischio di divenire ostaggio delle intenzioni di un’unica persona, il principio basilare della democrazia viene meno. È per questo motivo che ritengo gli Stati Uniti una democrazia falsa - in realtà, questo è solo uno dei motivi, e nemmeno il più importante…
Non voglio fare processi alle intenzioni, cosa sbagliata; però il concetto di affidare il potere nelle mani di un’unica persona non garantisce che questa lo usi a fin di bene, indipendentemente dal partito politico. Anche il fatto che, in materia statale, sia la Camera ad avere l’ultima parola, e che questa sia condizionata dal premier, solleva numerosi dubbi sull’imparzialità del governo.

Detto questo, come mai non applicare subito questa comodità di operato?
Pensate. Immaginate, ora, la situazione politico-economica italiana. Alle elezioni chi vincerà? Tutti, a sentire i parlamentari che dicono sempre: “Vinciamo noi”; in realtà, non si sa ancora bene chi governerà, sebbene vi siano forti indizi che sarà il Centro-Sinistra. Infatti gli indizi sono: una notevole accelerazione delle discussioni sulle leggi da parte del governo, tra le quali quella elettorale, con cui si ritorna alla Prima Repubblica - a dire il vero siamo sempre stati nella Prima Repubblica-; una continua cantilena di vittoria del Centro-Destra (sebbene anche il Centro-Sinistra non sia da meno); la predilezione dei nostri politici per il governo dell’alternanza, cioé sono favorevoli a governare una legislatura sì e una no (un po’ come spartirsi il potere e gestirlo per cinque anni a testa); infine, e tralascio le questioni sulle grandi opere, questo slittamento di 5 anni per un provvedimento che concentra i poteri nelle mani del premier… Probabilmente Berlusconi pensa che non sarà premier ancora per molto? La Casa delle Libertà sospetta che perderà e cerca giustamente di correre ai ripari. Ovviamente non lo deve dare a vedere.

Parliamo delle regioni, mini stati che avranno competenza legislativa sulla sanità, la scuola e polizia amministrativa. Ripeto, scuola, sanità, polizia.
Vi saranno 20 programmi scolastici differenti, anche se già cominciano a rassicurare dicendo che non vi saranno sostanziali differenze da regione a regione. A parole sono tutti saggi e magnanimi. Quelli della Lega si sentono come schiavi di un governo centrale e si paragonano agli antichi scozzesi guidati da William Wallace: non c’è dunque il pericolo che i programmi di storia delle regioni a forte influenza leghista sconvolgano la Storia a favore di un Wallace-Bossi? Gli esponenti della Lega spesso citano episodi storici con approssimazione e razzismo, perciò, perché non dovrebbero alterare in modo ideologico i testi? E non c’è pericolo che in Sicilia sparisca dai testi la storia del brigantaggio, della questione meridionale e della mafia? Il ministro Moratti non potrà far nulla per evitare che il razzismo tra regioni prenda il sopravvento sul buon senso e il buon gusto. La devolution non fa altro che accentuare le differenze e vanifica il processo di integrazione culturale delle regioni italiane in un’unità nazionale.
Delegare le regioni ad amministrarsi da sole significa abbandonarle a sé stesse, perché il controllo statale viene meno. Cosa comporta tutto ciò? Un aumento della corruzione e del potere del crimine organizzato locale. Senza contare i costi spaventosi delle nuove commissioni, delle nuove amministrazioni regionali e di tutta la burocrazia conseguente che la devolution comporterà. Come faremo a far fronte ai costi? Ci penseranno le regioni?
Il nostro Paese sta affogando in un oceano legislativo che comprende circa 90 mila leggi. In Francia sono circa 4 mila. Quante nuove leggi saranno varate, quando il buon senso dovrebbe indurre tutto il Parlamento a istituire una commissione legislativa per tagliare drasticamente la mole di provvedimenti?

Le sanità saranno tutte uguali o le regioni più ricche saranno avvantaggiate? Se poi, per evitare l’immigrazione di pazienti da una regione all’altra, si attuerà una sorta di dazio per i ricoveri e si prediligeranno i pazienti locali - è una delle proposte ultimamente pensate- come faranno quelle povere famiglie che abitano in zone ad alto tasso di malasanità e dove regna la mafia, storicamente legata ai medici siciliani?
Anche se nei telegiornali non si sentono molte notizie al riguardo, capita molto spesso che le amministrazioni regionali e comunali siano coinvolte in reati di associazione a delinquere. Il controllo statale, seppur inadeguato, garantiva un minimo di controllo. Cosa accadrà adesso?

Tutti questi dubbi non sono dovuti a un partito preso ma a un normale ragionamento su quello che è l’Italia di oggi. La corruzione e l’evasione fiscale sono diffuse in tutta Italia - forse è per questo motivo che non si è ancora discusso di una riforma fiscale federale. Ogni cittadino italiano conosce benissimo il grado di corruzione del proprio comune. Se mancherà il controllo centrale non si farà altro che consegnare in mano al crimine organizzato e a politici corrotti locali la vita dei cittadini. Non si farà altro, inoltre, che abbandonare il Sud a sé stesso - il sogno della Lega.
Il federalismo non è un male in sé, anzi, può essere un buon sistema per ottimizzare il governo di un Paese immenso come gli USA, per esempio. Tuttavia, ritengo che, per la peculiarità della nostra nazione, l’Italia non sia adatta al federalismo. Tantomeno è adatta alla devolution, che è un’estremizzazione del federalismo. Finché non avremo debellato il Paese da mafia, ‘ndrangheta e simili; finché non ridurremo drasticamente il numero di leggi e la burocrazia; finché non matureremo un senso civico che ci porterà a chiedere le dimissioni a parlamentari che hanno avuto precedenti penali, che hanno commesso reati durante il loro mandato; finché non impareremo a condannare l’evasione fiscale: fino a quando non risolveremo almeno tutte queste questioni, non saremo pronti né a un federalismo né a una devolution.
Se non passerà il futuro referendum costituzionale per abrogare la devolution, lasceremo l’Italia in balia del razzismo.


19-11-2005 @ 20:01

Come scrivere un post

Categoria: Cultura, Informatica

Lo stile di scrittura è sempre fondamentale nella comunicazione. Il blog non fa eccezione. Scrivere un post (articolo) in un blog comporta determinati accorgimenti che non fanno parte dello stile delle produzioni cartacee. E dato che nel mio precedente post, per motivi di spazio e di comprensibilità, non ho discusso sul come comunicare attraverso il blog, credo sia giunto il momento di trattarne.

Saper comunicare non vuole significare semplicemente scrivere bene - il quale è un concetto prettamente soggettivo- quanto piuttosto farsi comprendere dal proprio pubblico, instaurare un dialogo (reale o virtuale) con esso e dimostrare di aver compreso il punto di vista dell’interlocutore. Le parole sono importanti. Ma anche il modo in cui sono proferite ha importanza: in certi casi ha molta più rilevanza quest’ultimo aspetto. Per esempio, se una persona scrive in modo assolutamente corretto, forbito e raffinato, potrebbe comunque risultare incomprensibile. Se invece fosse anche comprensibile, le sue opere si adatterebbero a un pubblico molto colto - di cui nemmeno io faccio parte! Oppure potrebbero piacere a persone che amano gustare la musicalità della prosa piuttosto che il significato contenuto nel testo - non sono così poche, soprattutto in quest’epoca in cui la filosofia più in voga è “apparire che non essere“.
Di conseguenza, dopo aver capito a quali interlocutori ci si vuole rivolgere, bisogna rendere loro comprensibile il messaggio che vogliamo mandare. In seconda battuta, quando qualcuno di loro vuole ribattere esprimendo le proprie idee sul messaggio - dato che stiamo trattando della comunicazione sui blog, prima o poi ciò accadrà- ci si deve sforzare di ascoltarlo, comprenderlo e capire chi si ha di fronte: non ci si può dichiarare buoni comunicatori solo perché si è molto convincenti a parole; bisogna comprendere che tipo di individuo sia, come la pensa, il suo modo di esprimersi. Infine, rispondere ai commenti dimostrando di aver percepito il messaggio di ritorno. Ricordatevene ogni volta che scrivete. Mai scrivere un pezzo velocemente senza tenere a mente il vostro interlocutore di riferimento.

Lo scopo della comunicazione è la ricezione di un messaggio. Il modo in cui ciò avvenga è solo una questione di stile: l’importante è che sia compreso. Questo è il motivo per cui non importa se uno è un grandissimo scrittore o parla solo il dialetto. Provate a pensare alla vostra quotidianità. Ogni giorno noi interagiamo con diverse persone, ognuna delle quali ha un diverso livello di istruzione, un differente bagaglio di vocaboli. Molte volte queste persone sono incomprensibili, per carità; ma a parte loro, comunque noi riusciamo a capire il messaggio delle altre. E quante di queste parlano correttamente l’Italiano?

Stabilito che si può anche scrivere scorrettamente purché ci si faccia comprendere, passiamo a trattare dello stile.
Ognuno ha un proprio stile. Se non ce l’ha, deve coltivarlo. Esattamente come un atleta si allena costantemente per mantenere un ottimo livello di forma e per migliorare le sue prestazioni; così un blogger deve leggere molti libri, se già non lo fa, soprattutto romanzi - ma veri romanzi, nell’accezione del termine di Milan Kundera. Così può incrementare il suo repertorio linguistico e osservare vari stili di scrittura. Dopo aver studiato, però, bisogna passare alla pratica: l’esercizio più semplice e proficuo a mio parere è scrivere su un quaderno le proprie sensazioni e opinioni su argomenti che ci interessano. In tal modo riusciamo a vedere come scriviamo, se il messaggio è chiaro o meno, e se il nostro stile ci piace.

Perché è importante lo stile? Perché lo stile racconta lo scrittore. Se qualcuno copia pari pari la prosa di Manzoni, sarà solo un Manzoni finto, un emulo copione e non originale che verrà disprezzato. Man mano che si scrive, invece, lo stile matura, diventa unico, originale, e si modella fino a identificare chiaramente la personalità dell’autore.
Non voglio affermare che bisogna essere originali per forza, accattivare il lettore con ogni espediente come fanno gli autori di romanzi polizieschi. L’originalità viene da sé attraverso la sincerità intellettuale con noi stessi. In parole povere, se noi mentiamo a noi stessi, fingendo di essere gli scrittori e i pensatori che non siamo, ciò che scriviamo risentirà di questa bugia, saprà di falso, non sarà né originale né profondo; se, al contrario, giudichiamo severamente ciò che produciamo e abbiamo la saggezza di dire: “Ho scritto una porcheria, lo rifaccio daccapo!”, allora siamo sulla buona strada per diventare bravi scrittori.

Finora ho trattato le questioni di fondo, i principi fondamentali della comunicazione scritta. Ora vediamo di applicarle al caso particolare del blog.
Innanzitutto, il web non è un libro né una rivista. Qualcuno potrebbe sarcasticamente ribattere: “Ammazza oh! Sei un genio!…” ma tengo a ribadirlo perché molta gente dice di afferrare il concetto e poi vedo su Internet dei siti raccapriccianti.
In un libro vi sono i rientri dei paragrafi per migliorare la leggibilità. Sul blog - ma questo vale per ogni sito- è meglio invece separare i paragrafi con una riga vuota e non fare mai i rientri. Il motivo è dovuto allo schermo, il quale affatica molto più velocemente della classica lettura la vista, perciò è meglio scrivere brevi paragrafi, separarli con una riga e scrivere in grassetto parole o concetti chiave - così il lettore non è psicologicamente frustrato dalla compattezza del testo e grazie alle dovute evidenziature può procedere più velocemente nella lettura. Devo ammettere che non sempre faccio una cosa del genere nei miei articoli…
Seconda cosa importante, relativamente all’affaticamento, i caratteri devono essere leggibili e adatti allo schermo. I caratteri da usare sul web sono Verdana, Arial, Helvetica e font della stessa famiglia. Il Time new roman no!…
Per la grandezza dei caratteri bisogna considerare il caso specifico: in un menu possono essere anche piccoli purché leggibili; nel corpo dei post invece devono essere grandi. Per capire se lo sono abbastanza fate la prova voi stessi, leggete quello che avete scritto e chiedetevi se fate fatica con la vista. La spaziatura tra le parole non deve essere troppo compatta. Sul mio blog per esempio è leggermente più ampia del normale per favorire la lettura.
I colori sono importanti - però qui sconfiniamo un po’ nel web design… Diciamo che devono intonarsi ai colori del sito, per coerenza grafica, ma dal punto di vista della leggibilità, devono spiccare e non dare fastidio. Non fatemi i caratteri arancioni su sfondo blu! Vi vengo a cercare a casa, altrimenti!… E nemmeno scritte gialle su sfondo bianco!…
A proposito di bianco, il contrasto migliore possibile, dunque a favore della leggibilità, è carattere nero su sfondo bianco (il viceversa funziona ma secondo me è leggermente affaticante, perché si leggono caratteri molto luminosi). Però uno sfondo bianco potrebbe alla lunga affaticare - lo so per esperienza vissuta ore e ore su Internet!… Un trucchetto semplice consiste nello scurire il bianco, rendendolo un colore tipo pastello leggerissimo sul giallo o verde o celeste (o anche rosa, fate voi).

Concludiamo con una questione un po’ dibattuta, e che io ho la presunzione di aver risolto: la lunghezza degli articoli.
La maggior parte dei blogger, anche dei professionisti, afferma che i post devono essere brevi, altrimenti il lettore si annoia e cambia sito; altri dicono che i post possono anche essere lunghi quanto si vuole perché, chi visita il blog, vuole comunicare, è intenzionato a instaurare un dialogo, perciò non dirà mai: “Ma quanto parla questo!”
Personalmente, io non mi preoccupo mai della lunghezza dei miei post. E non sono così ingenuo da credere che un visitatore, seppur interessato, non cambierà sito finché non ha letto tutti gli articoli di suo interesse. Se uno comincia a leggere un post e si annoia vuol dire che non è un lettore adatto a questo blog. Non consideratela permalosità: io scrivo con uno scopo, per lanciare un messaggio a determinati lettori. Questi sono persone come me che cercano notizie vere, non censurate, oppure opinioni simili alle loro. Se un pubblico ha veramente interesse su un argomento, la sua attenzione durerà sino alla fine - purché la trattazione non sia pesante. Per esempio, chi legge quest’articolo può anche scrivere un commento per criticarmi e dirmi che sono stato troppo prolisso oppure che sono stato troppo pesante nell’esposizione. Se sono in molti a dirlo, cercherò di migliorare scrivendo in modo più sintetico. È un ottimo sistema per migliorare il mio stile.

In conclusione, siate voi stessi mentre scrivete, perché la gente apprezza la sincerità intellettuale e sarete credibili. Favorite la leggibilità del vostro blog, leggete voi stessi i vostri articoli e chiedetevi sempre se sono troppo lunghi per i vostri gusti, se si fa fatica a leggerli, se sono oscuri oppure comprensibili, e se sono interessanti. E quando editate un post pensate anche ai motori di ricerca. Pensate a quali potrebbero essere le parole chiave del vostro argomento, mettetele sia nel testo dell’estratto per l’RSS feeder (il lettore di sommari degli articoli sul web) sia nei primi 250 caratteri del vostro articolo, possibilmente anche nel titolo…
….
L’avrò fatto anch’io?…