Devolution: delega-involuzione di uno Stato
Devolution in inglese significa “delega di autorità, soprattutto di uno Stato centrale a favore di un governo regionale”. Il vocabolo è stato forzatamente introdotto in italiano perché devoluzione ha un altro significato. Inoltre i termini inglesi sono molto più accattivanti e oscuri per il popolo italiano, che deve essere meno consapevole possibile di quello che accade nel nostro Paese.
Sempre in inglese, devolution significa anche involuzione. Sul De Mauro-Paravia troviamo la definizione di involuzione: tendenza a regredire, a tornare a forme meno evolute; declino, decadenza, disfacimento: l’i. di un pensiero politico, di un popolo, subire un’i. Insomma, l’esatto opposto di evoluzione.
Il governo che il 17 novembre ha approvato la legge afferma che è un grande passo per il nostro Paese, perché la delega alle regioni dell’autorità statale permetterà un migliore controllo delle spese, della sicurezza e della sanità; in sintesi, renderà l’Italia più governabile. L’opposizione si affida invece al significato negativo di devolution, sottolineando come sia stata nuovamente sfregiata la Costituzione (cambieranno 50 articoli) e come l’Italia pagherà a caro prezzo la moltiplicazione di organi di controllo e di amministrazione per le regioni. Forse gli esponenti del Centro-Sinistra avrebbero dovuto citare l’esempio della devolution del Belgio, dai costi così spropositati da risentirne ancora oggi: avrebbero avuto maggior peso le loro opinioni.
La devolution è quindi un delega-involuzione dello Stato? Ma soprattutto, qual è il motivo per cui si è sempre sentito parlare di devolution per tutti questi anni senza mai affrontare apertamente la questione spiegando che cos’è? O, meglio, perché sono pochissimi gli esponenti, soprattutto nella maggioranza che avrebbe dovuto chiarire i punti della legge, i quali hanno illustrato il cuore della riforma costituzionale? Vediamo di capire obiettivamente cosa comporti questa legge.
Sul sito del governo sono riportati sinteticamente i punti essenziali della riforma, tuttavia non si scende molto nel dettaglio; su Ansa.it invece si trova un testo molto interessante, nel quale sono spiegati in breve i cambiamenti della Costituzione.
Il Parlamento sarà composto da 518 deputati alla Camera e 252 al Senato federale della Repubblica; l’età minima per essere eletti passa da 25 a 21 per la Camera e da 40 a 25 anni per il Senato. Solo la Camera potrà sfiduciare il premier (perché adesso si chiamerà veramente così e avrà nuovi poteri…) e saranno nominati dei deputati a vita, che sono gli ex senatori a vita - erano 5 ma diverranno 3. Anche per diventare Presidente della Repubblica l’età minima si è abbassata, da 50 a 40 anni.
Per quanto riguarda i poteri, la Camera si occuperà di materie statali - immigrazione, difesa, esteri, per esempio- e, sebbene il testo debba essere sottoposto al Senato, l’approvazione definitiva spetta a essa; al contrario, spetta al Senato l’ultima parola sulla legislazione delle regioni, anche se la Camera valuterà comunque i testi legislativi del primo. Se l’accordo non è raggiunto, si crea una commissione di 30 deputati e 30 senatori per modificare il testo e riproporlo alle camere.
Il premier avrà maggiori poteri e per essere sfiduciato ci vorrà l’aiuto dell’opposizione, però si andrà subito alle elezioni. Potrà insediarsi con un solo voto sul programma e avrà potere di sciogliere la Camera e licenziare ministri. Infatti il Presidente della Repubblica sarà garante della Costituzione e dell’unità federale ma potrà sciogliere le camere solo dietro richiesta del premier, a meno che questo non sia deceduto o sfiduciato.
Sarà sempre possibile il referendum costituzionale, a differenza di quanto avveniva prima. Il governo e il Parlamento potranno bloccare le leggi che pregiudichino gli interessi nazionali. Non è ancora prevista la riforma fiscale.
Giova sottolineare che l’applicazione della riforma sarà “a pezzi”: entreranno subito in vigore a livello costituzionale l’immunità e l’eleggibilità dei parlamentari, l’età per il Quirinale, l’authority (cioé gli articoli sui poteri del Presidente della Repubblica), il federalismo e l’interesse nazionale. Dal 2011 saranno applicate anche le disposizioni su premierato, Presidente, iter legislativo e Senato federale. Infine, dal 2016, età e riduzione dei parlamentari, contestualità tra elezioni del Senato e dei consigli regionali.
Qualcuno potrebbe obiettare che ho volutamente tralasciato altri punti in questione. Ma lo spazio è quello che è e comunque penso di aver focalizzato l’attenzione su aspetti che più o meno tutti i principali giornali hanno evidenziato.
Guardiamo attentamente ogni singolo punto, prestando attenzione al significato delle frasi. Proviamo a vedere qualche prospettiva futura che si potrebbe realizzare con questa riforma.
La domanda che nasce spontanea è: cosa c’entra la riforma dei poteri del premier con la devolution? Risposta: nulla. La tecnica impiegata in questo caso per far passare una legge affonda le sue radici nei primi anni della Repubblica. Questa tecnica è il mascheramento di un provvedimento scomodo attraverso un altro che ha maggior risalto. In pratica, la devolution era un provvedimento fortemente voluto dalla Lega, a tal punto da usarla come ricatto al governo, tenuto in scacco da una esigua minoranza del Paese; attraverso la devolution, si è voluto far approvare un provvedimento che non piace per nulla all’opposizione, cioé il cosiddetto premierato forte. Il mascheramento, però, non è nei confronti del Centro-Sinistra, piuttosto nei confronti della popolazione. Infatti, quanti di voi hanno sentito al telegiornale che oltre alla devolution il premier otterrà poteri maggiori?
La parte della legge che riguarda il premier sarà applicata solo fra 5 anni.
Perché non subito? Sarebbe stato molto comodo per Berlusconi, visto che è sicuro di vincere. Inoltre avrebbe avuto il potere di sciogliere le camere se avesse visto un’eccessiva opposizione all’operato del governo: avrebbe potuto impiegare l’arma del ricatto dello scioglimento per forzare l’iter legislativo, e il Presidente non avrebbe potuto opporsi. In sintesi, il Presidente avrebbe avuto soltanto una funzione di mera rappresentanza. Inoltre, se sfiduciato, si sarebbe andati subito alle elezioni ma solo se l’opposizione avesse approvato la sfiducia. Questo è un trucchetto semplice: se l’opposizione, secondo i sondaggi, non ha molto consenso popolare, non avrebbe interesse a indire nuove elezioni, perciò non approverebbe la sfiducia al premier. Insomma, il vantaggio è la stabilità di governo - cosa di cui abbiamo estremo bisogno, effettivamente- ma anche la concentrazione di poteri in mano a una sola persona. In una vera democrazia il potere deve venire dal popolo, che nel nostro caso lo esercita attraverso il Parlamento. Se questo corre il rischio di divenire ostaggio delle intenzioni di un’unica persona, il principio basilare della democrazia viene meno. È per questo motivo che ritengo gli Stati Uniti una democrazia falsa - in realtà, questo è solo uno dei motivi, e nemmeno il più importante…
Non voglio fare processi alle intenzioni, cosa sbagliata; però il concetto di affidare il potere nelle mani di un’unica persona non garantisce che questa lo usi a fin di bene, indipendentemente dal partito politico. Anche il fatto che, in materia statale, sia la Camera ad avere l’ultima parola, e che questa sia condizionata dal premier, solleva numerosi dubbi sull’imparzialità del governo.
Detto questo, come mai non applicare subito questa comodità di operato?
Pensate. Immaginate, ora, la situazione politico-economica italiana. Alle elezioni chi vincerà? Tutti, a sentire i parlamentari che dicono sempre: “Vinciamo noi”; in realtà, non si sa ancora bene chi governerà, sebbene vi siano forti indizi che sarà il Centro-Sinistra. Infatti gli indizi sono: una notevole accelerazione delle discussioni sulle leggi da parte del governo, tra le quali quella elettorale, con cui si ritorna alla Prima Repubblica - a dire il vero siamo sempre stati nella Prima Repubblica-; una continua cantilena di vittoria del Centro-Destra (sebbene anche il Centro-Sinistra non sia da meno); la predilezione dei nostri politici per il governo dell’alternanza, cioé sono favorevoli a governare una legislatura sì e una no (un po’ come spartirsi il potere e gestirlo per cinque anni a testa); infine, e tralascio le questioni sulle grandi opere, questo slittamento di 5 anni per un provvedimento che concentra i poteri nelle mani del premier… Probabilmente Berlusconi pensa che non sarà premier ancora per molto? La Casa delle Libertà sospetta che perderà e cerca giustamente di correre ai ripari. Ovviamente non lo deve dare a vedere.
Parliamo delle regioni, mini stati che avranno competenza legislativa sulla sanità, la scuola e polizia amministrativa. Ripeto, scuola, sanità, polizia.
Vi saranno 20 programmi scolastici differenti, anche se già cominciano a rassicurare dicendo che non vi saranno sostanziali differenze da regione a regione. A parole sono tutti saggi e magnanimi. Quelli della Lega si sentono come schiavi di un governo centrale e si paragonano agli antichi scozzesi guidati da William Wallace: non c’è dunque il pericolo che i programmi di storia delle regioni a forte influenza leghista sconvolgano la Storia a favore di un Wallace-Bossi? Gli esponenti della Lega spesso citano episodi storici con approssimazione e razzismo, perciò, perché non dovrebbero alterare in modo ideologico i testi? E non c’è pericolo che in Sicilia sparisca dai testi la storia del brigantaggio, della questione meridionale e della mafia? Il ministro Moratti non potrà far nulla per evitare che il razzismo tra regioni prenda il sopravvento sul buon senso e il buon gusto. La devolution non fa altro che accentuare le differenze e vanifica il processo di integrazione culturale delle regioni italiane in un’unità nazionale.
Delegare le regioni ad amministrarsi da sole significa abbandonarle a sé stesse, perché il controllo statale viene meno. Cosa comporta tutto ciò? Un aumento della corruzione e del potere del crimine organizzato locale. Senza contare i costi spaventosi delle nuove commissioni, delle nuove amministrazioni regionali e di tutta la burocrazia conseguente che la devolution comporterà. Come faremo a far fronte ai costi? Ci penseranno le regioni?
Il nostro Paese sta affogando in un oceano legislativo che comprende circa 90 mila leggi. In Francia sono circa 4 mila. Quante nuove leggi saranno varate, quando il buon senso dovrebbe indurre tutto il Parlamento a istituire una commissione legislativa per tagliare drasticamente la mole di provvedimenti?
Le sanità saranno tutte uguali o le regioni più ricche saranno avvantaggiate? Se poi, per evitare l’immigrazione di pazienti da una regione all’altra, si attuerà una sorta di dazio per i ricoveri e si prediligeranno i pazienti locali - è una delle proposte ultimamente pensate- come faranno quelle povere famiglie che abitano in zone ad alto tasso di malasanità e dove regna la mafia, storicamente legata ai medici siciliani?
Anche se nei telegiornali non si sentono molte notizie al riguardo, capita molto spesso che le amministrazioni regionali e comunali siano coinvolte in reati di associazione a delinquere. Il controllo statale, seppur inadeguato, garantiva un minimo di controllo. Cosa accadrà adesso?
Tutti questi dubbi non sono dovuti a un partito preso ma a un normale ragionamento su quello che è l’Italia di oggi. La corruzione e l’evasione fiscale sono diffuse in tutta Italia - forse è per questo motivo che non si è ancora discusso di una riforma fiscale federale. Ogni cittadino italiano conosce benissimo il grado di corruzione del proprio comune. Se mancherà il controllo centrale non si farà altro che consegnare in mano al crimine organizzato e a politici corrotti locali la vita dei cittadini. Non si farà altro, inoltre, che abbandonare il Sud a sé stesso - il sogno della Lega.
Il federalismo non è un male in sé, anzi, può essere un buon sistema per ottimizzare il governo di un Paese immenso come gli USA, per esempio. Tuttavia, ritengo che, per la peculiarità della nostra nazione, l’Italia non sia adatta al federalismo. Tantomeno è adatta alla devolution, che è un’estremizzazione del federalismo. Finché non avremo debellato il Paese da mafia, ‘ndrangheta e simili; finché non ridurremo drasticamente il numero di leggi e la burocrazia; finché non matureremo un senso civico che ci porterà a chiedere le dimissioni a parlamentari che hanno avuto precedenti penali, che hanno commesso reati durante il loro mandato; finché non impareremo a condannare l’evasione fiscale: fino a quando non risolveremo almeno tutte queste questioni, non saremo pronti né a un federalismo né a una devolution.
Se non passerà il futuro referendum costituzionale per abrogare la devolution, lasceremo l’Italia in balia del razzismo.

