Diritto di Coscienza

05-01-2006 @ 19:40

Satira, chi era costei?

Satira, chi era costei? avrebbe detto Don Abbondio ne’ I promessi sposi, dal basso della sua cultura fatta di nozioni, una cultura con la c minuscola. La stessa cultura minuscola di coloro che si sono scagliati contro la satira nei mesi precedenti, insegnando alla gente con tono supponente e arrogante, pur sapendo perfettamente di essere ignoranti, che «la satira non è informazione e non può informare», «la satira deve far ridere» e commenti simili.
Non a caso ho ripreso una delle battute (Carneade, chi era costui?) più famose del romanzo di Manzoni per testimoniare l’ignoranza imperante della nostra epoca, nella quale i politici fomentano false credenze e cognizioni al fine di sfruttare demagogicamente la credulità e l’inconsapevolezza delle persone; nella quale molti Italiani, pur essendo ignoranti, continuano a rimaner tali ma senza il pudore di tacere su argomenti di cui non conoscono nulla.

Tutti hanno parlato e (soprattutto) litigato nei mesi scorsi sulla satira a causa di RockPolitik; per non parlare delle calunnie e delle ingiurie, seguite a un’ epurazione non motivabile, che ha dovuto subire Sabina Guzzanti per il suo documentario satirico Viva Zapatero! – tra l’altro è stato prima infamato in modo bipartisan dalla classe politico-giornalistica per poi successivamente essere snobbato dai media ufficiali.
Tutti, ora, non discutono più sulla satira, coerentemente con quell’atteggiamento superficiale di parlare solo degli argomenti alla moda: la satira non è più di moda, neppure la libertà di informazione (argomento di cui le sopra citate produzioni si sono occupate); adesso va di moda blaterare sulle parole del papa e di feste natalizie.
Io voglio appunto approfittare di questo silenzio per spiegare seriamente in breve cosa sia la satira – dato che in un odierno dibattito italiano si assiste sempre a una sopraffazione verbale, invece di un confronto dialettico civile.


Dal dizionario della lingua italiana Zingarelli ‘94 si legge la seguente definizione di base:

componimento poetico che critica argutamente le debolezze umane; insieme dei componimenti satirici di un autore, di un periodo, di una letteratura ” (1);

e l’estensione della definizione (ossia, una definizione attribuita definitivamente a una parola a causa dell’ampio uso di questa con quel significato):

discorso, scritto, atteggiamento e simili che ha più o meno esplicitamente lo scopo di mettere in ridicolo ambienti, concezioni, modi di vivere e simili” (2).

Da satira deriva anche satireggiare, verbo impiegato sia transitivamente (metter in satira, biasimare mediante la satira) che intransitivamente (fare della satira, scrivere satire).

Se nella definizione (1) si indica soprattutto un’opera letteraria, nella (2) si allarga il concetto fino ad includere anche la battuta argutamente salace. Tuttavia, il significato rimane ancora un po’ vago, a mio avviso: nonostante sia sottolineato l’aspetto critico della satira – dunque, un giudizio, un commento o una sentenza– ed evidenziata l’argutezza – perciò, non semplicemente l’atto di burlare o prendere in giro, quanto piuttosto l’insieme di sottigliezza, intelligenza, ironia, allusione e comicità– non si capisce chiaramente quale sia il suo ambito applicativo, né le sue modalità di espressione. Infatti, si parla di “porre in ridicolo” (senza spiegare in che modo) le “debolezze umane” (in generale).

Non potendo pretendere maggiore spazio in un dizionario, leggiamo due poetiche definizioni della satira letteraria riportate nell’Enciclopedia Motta (1990): «la pittura estetica del male» (Settembrini) e «l’esame di coscienza dell’intera società… un sale che impedisce la corruzione»
(Cattaneo
– non il dirigente RAI!). In esse sono in sintesi affermati la descrizione dei lati negativi dell’umanità attraverso il filtro dell’arte (Settembrini) e l’intento del giudizio morale ed etico finalizzato a smuovere le coscienze (Cattaneo). Già qui si può comprendere che la satira non può prescindere dalla necessità di informare le persone su ciò che c’è di male nell’umanità.

La Storia di questo genere artistico è antichissima e nasce come specifico componimento poetico (raramente in forma di prosa) che esprime la negatività di uno stato, un comportamento o una mentalità a seconda della cultura del periodo e della contingenza storica. Fin dall’inizio è una forma letteraria la cui genesi è un’indignazione, espressa con toni molto vari: dalla battuta maligna allo scherno, pungente fino all’ironia, amara fino al sarcasmo, dalla normale constatazione dei fatti alla sentenza, alla lamentazione, dalla canzonatura alla caricatura. Però si differenzia dalla burla pura e semplice: è la differenza che Dario Fo pone tra satira e sfottò: la satira deve pungere, spiegare, entrare nel merito di questioni umane; lo sfottò è una mera presa in giro di difetti fisici, di una parlata particolare, di comportamenti goffi, e così via.
Livio (Storie, VII, 2 ) racconta anche di istrioni etruschi andati a Roma nel 364 a. C. per una cerimonia propiziatoria contro la pestilenza, i quali mescolarono alla poesia satirica musiche e canti per il flauto e danze appropriate.
I Greci antichi non le hanno mai dato una vera dignità di genere letterario, sebbene fosse abbastanza impiegata, come per esempio nel caso delle opere di Aristofane (il quale addirittura inseriva interi comizi politico-sociali) e di Menandro. Al contrario sono i Latini a darle questa dignità. Autori importanti sono Quintiliano (suo è il motto castigare ridendo mores, cioè correggere i costumi attraverso il riso), Lucilio (il vero padre della satira latina, critica contro i vizi di allora), Petronio (il suo Satyricon è immortale e sulla scia della condanna dei vizi romani) e Seneca (con il suo Apokolokyntosis).

La Storia di questo genere letterario prosegue attraverso il Medioevo fino ad arrivare ai giorni nostri.
Nel Medioevo acquista nuove strutture formali, nuovi toni; e si colora di invettive, allegorie e simbolismo animale; lo stesso Dante fa uso della satira nella sua Commedia (per esempio quando parla di Bonifacio VIII e della guerra tra Guelfi e Ghibellini – proprio per questo fu esiliato da Firenze: precedente illustre di epurazione di artisti; ma bisogna dire che erano tempi bui, quelli). Anche in Petrarca e Boccaccio vi sono tracce di satira.
Nel ‘500 Ariosto rappresenta l’umanità della sua epoca nelle Satire; nel ‘700 Parini nel Giorno manifesta tutto il suo risentimento sullo stato morale della società; nell’800 Porta e Belli si distinguono per l’introduzione del dialetto nella satira di costume; Carducci critica aspramente nel suo Giambi ed epodi la politica italiana fanfarona.
Come non citare poi all’estero i francesi Moliere, Voltaire, La Fontaine, Diderot; lo spagnolo Cervantes con il suo Don Chisciotte; e poi Swift, Gogol, Shaw, Goëthe, Byron?
E nel ‘900 italiano? Trilussa innanzitutto, e poi altri autori non espressamente satirici: Bacchelli, Gadda, Vittorini, Moravia, Sciascia…

Come si può dedurre da queste brevi notizie storiche, la satira è tale soltanto se coniuga la comicità alla critica dell’umanità. Grandi autori di tutti i tempi ne hanno fatto uso, e qualcuno
è stato perseguitato per questo (soprattutto in tempi bui, nei quali i potenti non permettevano la minima critica al loro operato). Da genere letterario è diventato genere teatrale, ai giorni nostri anche televisivo – ma ci sarebbe da fare qualche precisazione al riguardo– e la sua caratteristica deve essere sempre quella di criticare ciò che non va: la politica può e deve essere uno dei suoi argomenti, proprio per la sua importanza; essa governa i Paesi, influenza l’economia e la società in modo profondo, dunque a maggior ragione deve essere un’attività priva di pecche e criticata aspramente in caso contrario.
È la satira politica il sottogenere più importante: per la sua profondità, per il suo impegno civile, per il suo coraggio. Addirittura Dario Fo afferma in Viva Zapatero! che «la satira è politica»: una forzatura – perché essa può trattare anche altri temi– che forse è più una dichiarazione artistica: la forma più alta di satira è quella politica e lui la sposa in pieno, soprattutto in questi ultimi anni.

Precedenti illustri, storia millenaria, grandi autori anche moderni: tuttavia ancora oggi vi è chi deve separare nettamente satira dall’informazione.
I politici, o per ignoranza o per malafede oppure per entrambi i motivi, affermano in generale che un conto è satireggiare, un conto è informare: cosa verissima, purché poi non si pretenda che la satira non tratti nemmeno un pizzico di politica e attualità.
Raiot, il programma satirico di Sabina Guzzanti su RaiTre – la chiusura del quale ha ispirato Viva Zapatero!– è stato soppresso perché, per la vigilanza Rai (imbeccata dal governo), aveva intrapreso una vera attività di informazione violandone i regolamenti – dunque è stato equiparato a un telegiornale o a un quotidiano. Da sottolineare che sia in sede si commissione di vigilanza che in Parlamento la giustificazione della soppressione è stata: «quella [di Raiot] non è satira, dunque la censura è giusta».
La differenza tra informazione e satira è che la prima informa in modo oggettivo e serio, mentre la seconda usa l’arma dell’arguzia e i modi della comicità, e non è soggetta alle regole del giornalismo.

Perché, quindi, non si vuole che la satira informi le persone? Perché il popolo non deve sapere.
La censura e l’autocensura in Italia servono a impedire che la stampa e i telegiornali trattino argomenti scomodi per i politici, specialmente quelli al governo. È sempre stato così, sebbene l’odierno governo abbia forzato la mano come non mai.
Un esempio attuale è lo scandalo Bancopoli (che io chiamo Tangentopoli N), in cui sono coinvolti i politici senza che però nessuno abbia il coraggio di andare fino in fondo a questa storia; Berlusconi, in un delirio di sfacciataggine ipocrita, ha addirittura condannato i DS per la forte commistione affari-politica. Da che pulpito viene la predica: il maiale che dà del porco alla colomba, sebbene abbia ragione; tuttavia è proprio lui il caso peggiore e pericolosissimo di
tale commistione – e sarebbe troppo lungo parlare dei rapporti con la mafia…

Se i politici vogliono imbavagliare l’informazione in modo para-legale e illegale, non devono perseguitare e reprimere
soltanto i giornalisti, ma anche e soprattutto i comici satirici: questi ultimi hanno maggior seguito e hanno il coraggio di denunciare situazioni politico-sociali gravissime.
Dal punto di vista del potere devono essere censurati in modo più drastico rispetto alla stampa.

Così la classe politico-giornalistica denuncia la satira politica di fare informazione perché, letteralmente, fornisce
notizie alle persone – pretestuosità bella e buona, perché senza l’attualità la satira non esiste ed è suo compito giudicare la società e la politica in quel modo.
Tutti questi mezzucci banali, fondati sulla burocrazia e l’abuso di potere, servono soltanto a limitare la
libertà di espressione
: senza di essa non vi può essere nessuno che renda il popolo cosciente di ciò che accade nel mondo e nel proprio Paese. Questo è il vero motivo per cui la satira, oggigiorno, è perseguitata. E i nostri politici ovviamente non hanno il coraggio di ammetterlo pubblicamente: si nascondono dietro provvedimenti e leggi iniqui, dunque sotto il manto di una legalità apparente, per evitare di dire la
verità agli elettori. Cioè che vi sono vicende criminali che non vogliono far conoscere alla nostra Nazione, a qualunque costo.

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