Diritto di Coscienza

07-01-2006 @ 13:17

Il virus dei polli non è una minaccia

Categoria: Salute

Ricomincia il terrorismo psicologico sul pericolo pandemia di influenza aviaria. Muoiono i figli di una famiglia turca, avendo contratto il virus dei polli dalle galline che allevavano, e tutta la stampa - sebbene oggi un po’ meno manifestamente- ricomincia a spiegare che il mondo è a rischio e si deve correre ai ripari. Nessuno dice la verità, che l’aviaria non è una minaccia. Può diventarlo solo se riesce a trasmettersi da uomo a uomo, mutando la propria natura; ma in tre anni non è mai successo, da quanto si desume dai dati sanitari delle vittime decedute. E se fosse anche accaduto in alcuni casi, e non fosse stato riportato, il pericolo era stato circoscritto. Altrimenti perché sono morte meno di 200 persone in tre anni?
Ma andiamo con ordine, tenendo a mente la domanda: se il virus dei polli non è una minaccia, perché tutti i telegiornali parlano di pericolo pandemia?

La prima cosa da considerare è che, per parlare di pandemia - epidemia globale, tipo l’influenza spagnola che uccise milioni di persone- il virus deve mutare in modo che si possa trasmettere da uomo a uomo, non solo da volatile a uomo così come avviene finora. Già questa considerazione dovrebbe gettare un’ombra di sospetto sull’allarmismo mediatico.
Un’altro sospetto è che da una parte il Ministro Alemanno afferma che non esiste il pericolo alimentare, mentre dall’altro il Ministro della Salute Storace consiglia di stare in guardia per prevenire la possibilità di contagio; in passato aveva scandalosamente pubblicizzato la somministrazione del classico vaccino antinfluenzale per prevenire la malattia dovuta al virus dei polli, spalleggiato dagli esperti consulenti del suo Ministero.
Effettivamente, non esiste il pericolo alimentare: se il pollo è cotto - e spero che non vi sia qualche amante della specialità pollo crudo- non può essere contagioso: non è come nel caso della BSE, il morbo della mucca pazza. L’affermazione di Alemanno serve a prevenire il crollo ingiustificato del mercato della carne di pollo, così come è avvenuto in passato; da questo punto di vista ha ragione. Invece, dal punto di vista medico, si fomenta la corsa alla vaccinazione preventiva, una delle armi sanitariamente più pericolose. Storace in questi giorni non sta facendo la campagna pubblicitaria ai vaccini: è bastata quella fatta in precedenza, come basta e basterà mantenere sulla corda la popolazione sul (fittizio) pericolo di pandemia in modo che si ricordino delle prime parole del Ministro sulla prevenzione della minaccia.

Ricordiamo che un vaccino funziona solo per la malattia per il quale è stato realizzato: è costituito dagli stessi virus o batteri di una malattia, ma in forma innocua (morti o privati di potere patogeno); in tal modo si stimola attivamente il sistema immunitario del paziente a creare gli anticorpi necessari per difendersi dal virus patogeno che si potrebbe contrarre in seguito; l’effetto risultante è che, se il paziente contrae la malattia, in realtà viene subito debellata dagli anticorpi che il vaccino gli ha permesso di sviluppare. Sottolineiamo che un vaccino basato su un certo virus o un batterio può difendere soltanto dalla malattia provocata da quel virus o quel batterio: come un virus che uccide la sua stessa famiglia. Perciò, come fa un vaccino antinfluenzale a debellare il virus dei polli, il quale è una forma virale diversa?
L’attuale vaccino antinfluenzale è il Tamiflu, prodotto dalla Roche. Storace a suo tempo disse che tale vaccino non cura l’aviaria ma permette all’organismo di renderlo più forte in vista di un contagio di aviaria. Ma il Tamiflu non può assolutamente vaccinare contro l’aviaria e, tra l’altro, «non è un sostituto della vaccinazione antinfluenzale» - dunque non va bene neppure per l’influenza classica, e non si capisce la logica secondo la quale si debba prescrivere un farmaco inutile. Perfino il British Medical Journal mostra come non vi siano prove dell’efficacia del Tamiflu e critica i mass-media per la disinformazione a favore della Roche.
Di conseguenza, la domanda da porsi è: Perché il nostro governo si è predisposto per acquistare milioni di dosi di Tamiflu, sponsorizzandolo nonostante la sua inefficacia anche contro l’influenza classica?

Nell’articolo sopra citato del British Medical Journal sono evidenziati gli sforzi della Roche per incrementare la vendita del farmaco dai 5,5 milioni tra il 1999 e il 2002 fino ai 150 milioni per l’anno prossimo. Previsioni ottimistiche? Megalomania? No. Basta avviare una vera e propria macchina promozionale che si avvalga di medici e ricercatori di livello mondiale - come il Prof. John Oxford- per girare video promozionali, svolgere conferenze, scrivere articoli (pseudo)scientifici.
Dati questi presupposti, si potrebbe anche evitare di pensare male come spesso si fa in casi simili: forse non vi sono accordi sottobanco tra Storace e la Roche.
Infatti, è possibile che i nostri medici si siano convinti della reale efficacia del farmaco, sia perché i giornalisti scientifici non hanno eseguito bene le loro inchieste nella fase della ricerca delle informazioni e della loro verifica, sia perché esponenti di alto livello e degni di fiducia hanno interessatamente pubblicato dati fasulli. È possibile che questi siano gli stessi medici che hanno fornito le loro consulenze a Storace, il quale, ignaro, non avrebbe potuto certamente ribattere. È anche possibile che perfino i nostri medici abbiano gli stessi interessi del sopracitato dottor Oxford. Tutto ciò è possibile.
Ma come mai nessuno ha semplicemente obiettato, chiedendo: se sono morte in tre anni meno di 200 persone in tutto il mondo, se per ora il virus si trasmette solo tra uccelli e l’uomo, se soltanto gli allevatori di volatili rischiano di ammalarsi stando a contatto con loro e in ambienti scarsamente igienici, perché si parla di pandemia?

Io ho due sospetti. Il primo - fondatissimo- è che la Roche, nella sua macchina promotrice, abbia incluso la stampa di cui lei è una dei maggiori inserzionisti. Il secondo è che forse anche Storace ha i suoi interessi, ma per poterlo affermare bisognerà indagare su questo fronte in un’altra sede. Certamente, il pensiero di un suo possibile coinvolgimento è sintomo di un certo razzismo nei confronti dei politici; ma sarebbe la prima volta che un politico si interessa di affari?

TAG: Aviaria


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